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Detriti, il lato oscuro della corsa allo Spazio. I commenti di P.Caraveo (SAI) e A.Carbognani (INAF)

Mentre le potenze mondiali si contendono l’orbita terrestre in nome della nuova geopolitica spaziale, un problema invisibile ma sempre più urgente minaccia il futuro delle missioni: i detriti spaziali. Attraverso le voci di esperti come Patrizia Caraveo, Presidente della Società Astronomica Italiana ed autrice del libro “Ecologia spaziale”, e Albino Carbognani, ricercatore INAF, esperto in ambito EU-SST (European Space Surveillance and Tracking) e data quality check del TANDEM (Telescope Array eNabling DEbris Monitoring) di Bologna, emerge l’urgenza di una vera ecologia spaziale, capace di prevenire collisioni, inquinamento atmosferico e scenari irreversibili.

Quando si parla di governance dello Spazio e delle tensioni che alimentano la nuova geopolitica orbitale, a migliaia di chilometri sopra le nostre teste, c’è un tema cruciale che troppo spesso viene trascurato: quello dei detriti spaziali.

Sostenute da Governi ed iniziative private, le costellazioni satellitari hanno indubbiamente reso possibili progressi un tempo inimmaginabili. Oggi possiamo accedere in tempo reale ad informazioni preziose per le telecomunicazioni, la meteorologia, la navigazione satellitare. Dati strategici, su cui attualmente si basano la sicurezza militare, la protezione delle economie, nonché degli stessi cittadini. Uno strumento tecnologico potentissimo, forse il più avanzato di cui disponiamo in termini di esplorazione terrestre ed extraterrestre, che però cela un’insidia di cui nessuno parla. 

Sorvegliati spaziali

Dal 2015 l’Italia partecipa al monitoraggio degli oggetti spaziali nell’ambito del programma europeo EUSST, avviato nel 2014. Oggi l’iniziativa riunisce un consorzio di sette Stati membri (FranciaGermaniaItalia, PoloniaPortogallo, Romania Spagna) in collaborazione con il Centro Satellitare Europeo (SatCen) di Torrejón, vicino Madrid.

Si tratta di “sorvegliare” 6500 tonnellate di rottami, ovvero 2780 satelliti non più funzionanti, contro circa 2000 tonnellate di “utili”. Una vera e propria discarica orbitante che cresce a ritmo vertiginoso, inquinando le orbite terrestri. Dal primo, e lontano, lancio dello Sputnik 1, nel 1957, sono stati messi in orbita circa 12000 satelliti, cifra importante che ha generato un volume altrettanto impressionante di rifiuti.

In pratica, in oltre sessant’anni di attività spaziale, l’umanità ha prodotto nello spazio quasi tre volte più spazzatura che satelliti ancora in uso.

Un argomento scottante, a cui fortunatamente non siamo ancora avvezzi, a differenza dei disastri ecologici che riguardano la superficie del nostro Pianeta, troppo spesso ignorati o minimizzati. Come possiamo evitare che la stessa reticenza dell’umanità a riconoscere i problemi ambientali, ci trascini verso un “punto di non ritorno” anche nello Spazio? Rischiamo forse di ripetere gli errori dei negazionisti del cambiamento climatico?

Di questo abbiamo voluto parlare con alcuni esperti del settore. Tra questi il Dott. Albino Carbognani, ricercatore INAF, supporto operativo in ambito EU-SST (Space Surveillance and Tracking) e data quality check del TANDEM (Telescope Array eNabling DEbris Monitoring) di Bologna, e Patrizia Caraveo, Presidente della Società Astronomica Italiana ed autrice del libro “Ecologia spaziale”,  pubblicato da Hoepli.

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